Il sole s’era fatto largo in mezzo a quei nuvoloni carichi di neve e pioggia, tutto intorno era scintillante e la luce del mattino rendeva l’atmosfera fiabesca.
Il cane scorrazzava senza meta ed io lo seguivo lungo la strada che tagliava in due il campo. Tenevo gli occhi aperti, in realtà senza vedere nulla, ero assorto da un qualche pensiero sconclusionato, un accumulo di tanti post-it appiccicati uno sopra l’altro nella mia mente.
Fu allora che percepii qualcosa che mi fece distogliere l’attenzione dai post-it.
L’arcobaleno.
L’arcobaleno non lo vedevo da anni ma ricordavo com’era. Rimasi a fissarlo perché sì, lo ricordavo, ma questo era diverso, aveva qualcosa che tutti gli altri arcobaleni della mia vita non avevano.
Era vicino. Era raggiungibile.
Vedevo da dove si elevava e quasi in maniera automatica mi mossi in cerca della pentola piena d’oro. Volevo scoprire quanto potesse essere magico vivere una favola. Volevo poter dire – Io la pentola d’oro l’ho vista! Era lì davanti a me! -.
Avanzavo con passo deciso, dritto verso il sogno e non distoglievo lo sguardo dal punto esatto da dove nasceva il ponte di colori ma dopo alcuni minuti che camminavo, mi resi conto che l’arcobaleno non era più lì, s’era spostato di qualche metro.
Era vicino. Era raggiungibile.
Decisi di muovermi più in fretta, non poteva fare il prezioso proprio con me, gli dissi – Guarda che non la voglio prendere, voglio solo vedere che esiste, la lascio li, te lo prometto! -.
Non ci fu nulla da fare, l’arcobaleno continuava a fuggire, si beffava di me rimanendo sempre alla stessa distanza.
- Non ho voglia di giocare!!!! - gli urlai – Perché mi prendi in giro? -.
A quel punto capii.
Capii che l’arcobaleno non stava prendendomi in giro, stava solo proteggendo la mia capacità di sognare.