Caffè, nero

Marta aveva paura.

La sveglia suonò. In un guizzo di vitalità mosse il suo corpo sinuoso e perfetto protendendosi per spegnerla e quindi tornare ad appoggiarsi al cuscino. Il suo respiro era leggero, quasi allenato a mascherare la pesantezza della sua esistenza. Indugiò alcuni minuti nel letto e poi si convinse ad alzarsi. Una volta appoggiati i piedi sul parquet qualcosa la scosse, quel qualcosa che tutte le volte che si risvegliava le ricordava chi era e cosa doveva al mondo: il suo sorriso. Una emozione per nascondere tutte le altre.

Controllò il telefono -Tesoro, mi manchi, domani torno e ci vediamo per un bicchiere di vino.-, -Stasera ci vediamo tutti da Alberto come al solito, ci raggiungi?-, -Scusami ancora, sono stato contento che abbiamo chiarito tutto l’altro giorno. Ti voglio bene-. Un po’ di confusione, dunque: domani era oggi, stasera era ieri, l’altro giorno era il lunedì passato. Nulla che richiedesse una risposta. Passò al caffè e cominciò a rollarsi una sigaretta.

Nero, il caffè. Non le serviva nulla che edulcorasse quel momento; ogni momento.  Lo versò nella tazzina e terminato il tremolio del liquido rimase ad osservarlo con la sigaretta tra le dita e la mano all’altezza del viso, appesa verso l’esterno, in un gesto colmo di fascino . Contemplò quello specchio, scuro, senza forse rendersi conto di quanto fosse reale, lei, in quell’immagine.

Era ora di incontrare il giorno.

Si preparò. Una doccia, un po’ di trucco, il sorriso, la borsa, le sigarette, il cellulare, le ballerine.

Fu la mattina.

Amore ho bisogno di te, ho appena terminato le lezioni. Ho portato il vino. Posso salire?“.

Amoooore, vieni, vieni in camera” cinguettò appena entrò. Era felice. Dell’incontro.

Afferrò due bicchieri e fece strada per la camera con il suo sorriso. Bianco, il sorriso.

In realtà ho pensato che fossi tu ad avere bisogno di me. Ti verso un po’ di nettare. È nero d’avola.“.

Marta cominciava a volersi bene. Ma non ne era sicura, iniziava ora a capire come ci si sentisse ad essere amati. Era confusa, Marta, aveva bisogno di se, si era abbandonata da troppo tempo e soffriva quell’abbandono. O forse non si era mai incontrata. Ma si stava ritrovando, stava (ri)costruendo un rapporto, doveva pur cominciare da qualche parte.

Rimani a dormire qui, ti prego, dormi con me. Mi farebbe davvero piacere.“.

Marta aveva paura del buio. Ma non lo sapeva. O forse sì.

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