Sentivo l’umidità, densa, penetrare nelle mie ossa, battevo i denti dal freddo. Erano le nove di sera ed io vagavo per i vicoli bui della città senza una meta precisa, assorto nei miei pensieri.
- Mi hanno operata ieri, ma non preoccuparti domani torno a casa, una cosa semplice ma credo di dover fare un’isterectomia in futuro. -
- Cristo, ma perché non me l’hai detto? E lui? -
- Abbiamo litigato di nuovo, se n’è andato, sono quasi due settimane che non lo sento! Ma non preoccuparti, ce la faccio benissimo, tu hai gli esami, concentrati sullo studio. -
Già, concentrarmi sullo studio, il primo esame della mia vita, dal confronto con gli altri scoprii di essere mostruosamente indietro, l’adattarmi alla nuova vita, lavorare per pagarmi l’affitto, frequentare una persona con fin troppi problemi e vedere la vita di chi mi voleva bene andare a rotoli senza poter far nulla non mi aiutava di certo a fare del mio meglio.
Mi sentivo solo e perso, nel vero senso della parola: non sapevo dove mi trovavo né come ci ero arrivato.
Nel mio vagabondare a testa bassa, di notte, in una città ancora sconosciuta mi ero ritrovato in un vicolo strettissimo e completamente buio. Il pavé era scivoloso e umido, le crepe nei muri e le finestre con i vetri rotti rendevano la scena spettrale, nessuna luce se non quella riflessa delle vie al di là dei palazzi.
Sì, la vita era dura, ed anche la consapevolezza che tutti dovevano affrontarla prima o poi non mi consolava, l’unica sensazione che provavo era angoscia, era qualcosa che al pari dell’oscurità esterna mi prendeva dentro, qualcosa di cupo, qualcosa che non mi permetteva di reagire e mi stringeva sempre di più portandomi in fondo (ma a cosa?), era il nero.
Iniziò a piovere, decisi che era il caso di cercare la via del ritorno e così presi a correre. Mi ripetevo che ce l’avrei fatta, che sarei riuscito a liberarmi da quell’abbraccio, dovevo (ma volevo?).
Voltai a destra e imboccai un’altra via dove riconobbi una porticina di legno, piuttosto malandata e leggermente incassata nel muro, decisi di ripararmi sotto la sua trave. Mi appoggiai, tutto sommato ero ancora asciutto, ma la pioggia andava aumentando – Piove sul bagnato eh Lè?! - mi dissi sorridendo amaramente. D’un tratto sentii un brusio alle mie spalle.
Spinsi la porticina che si aprì senza sforzo, mi trovai di fronte ad un portone alto circa tre metri con altre due porte laterali più piccole. Ero in una chiesa perfettamente mimetizzata con il resto dei palazzi antichi.
Entrai, forse spinto dalla curiosità, come se volessi assistere ad una messa per rinfrescare la memoria dell’ultima a cui ero stato secoli prima.
C’era una funzione in corso, il locale era piccolo e gremito, luci tipicamente soffuse e un caratteristico leggero odore di incenso, nonostante fossi stato silenziosissimo nel mio ingresso le ultime tre file si voltarono. Tenevo lo sguardo basso, quasi mi vergognassi ma di sfuggita vidi alcuni volti sorridenti.
Dio è solo una favola.
Stavano per cominciare uno di quei canti lamentosi che sentivo da piccolo quando dovevo andare a messa ché se no non potevo fare la comunione. Partì l’organo e la gente cominciò a cantare. Volevo andarmene, volevo tornare a casa, una qualunque, ma a casa. Alzai lo sguardo e rimasi bloccato.
Le persone delle ultime file, circa una ventina, avevano lasciato i loro posti e si dirigevano verso di me continuando a sorridere, due di loro si avvicinarono, un uomo e una donna sulla cinquantina, lei mi prese per mano, lui mi mise un braccio attorno alle spalle scuotendomi leggermente come un padre fa per consolare suo figlio, tutti gli altri, cantando, si strinsero attorno a noi a semicerchio rivolti verso l’altare.
Ero immobile, inerme e disorientato, ma tranquillo.
-Ite missa est, amen. -
Le persone intorno a me si divisero e iniziarono ad uscire, la signora che mi teneva la mano me la strinse anche con l’altra guardandomi – Ciao. -, non risposi. Il signore che mi aveva appoggiato il braccio sulle spalle tornò al suo posto, prese un ombrello e recandosi verso l’uscita si avvicinò di nuovo e porgendomi l’ombrello disse – Tieni. -, – Io…- ma mi interruppe – Non ti preoccupare, ne ho altre a casa. - sorrise e si avviò per fermarsi due passi più avanti, io ero ancora immobile, sopraffatto dalla situazione.
- In bocca al lupo. - aggiunse.
[ L'uomo della pioggia - Scheda del film ]