Da qualche parte sopra l’arcobaleno

Il sole s’era fatto largo in mezzo a quei nuvoloni carichi di neve e pioggia, tutto intorno era scintillante e la luce del mattino rendeva l’atmosfera fiabesca.

Il cane scorrazzava  senza meta ed io lo seguivo lungo la strada che tagliava in due il campo. Tenevo gli occhi aperti, in realtà senza vedere nulla, ero assorto da un qualche pensiero sconclusionato, un accumulo di tanti post-it appiccicati uno sopra l’altro nella mia mente.

Fu allora che percepii qualcosa che mi fece distogliere l’attenzione dai post-it.

L’arcobaleno.

L’arcobaleno non lo vedevo da anni ma ricordavo com’era. Rimasi a fissarlo perché sì, lo ricordavo, ma questo era diverso, aveva qualcosa che tutti gli altri arcobaleni della mia vita non avevano.

Era vicino. Era raggiungibile.

Vedevo da dove si elevava e quasi in maniera automatica mi mossi in cerca della pentola piena d’oro. Volevo scoprire quanto potesse essere magico vivere una favola. Volevo poter dire – Io la pentola d’oro l’ho vista! Era lì davanti a me! -.

Avanzavo con passo deciso, dritto verso il sogno e non distoglievo lo sguardo dal punto esatto da dove nasceva il ponte di colori ma dopo alcuni minuti che camminavo, mi resi conto che l’arcobaleno non era più lì, s’era spostato di qualche metro.

Era vicino. Era raggiungibile.

Decisi di muovermi più in fretta, non poteva fare il prezioso proprio con me, gli dissi – Guarda che non la voglio prendere, voglio solo vedere che esiste, la lascio li, te lo prometto! -.

Non ci fu nulla da fare, l’arcobaleno continuava a fuggire, si beffava di me rimanendo sempre alla stessa distanza.

- Non ho voglia di giocare!!!! - gli urlai – Perché mi prendi in giro? -.

A quel punto capii.

Capii che l’arcobaleno non stava prendendomi in giro, stava solo proteggendo la mia capacità di sognare.

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Caffè, nero

Marta aveva paura.

La sveglia suonò. In un guizzo di vitalità mosse il suo corpo sinuoso e perfetto protendendosi per spegnerla e quindi tornare ad appoggiarsi al cuscino. Il suo respiro era leggero, quasi allenato a mascherare la pesantezza della sua esistenza. Indugiò alcuni minuti nel letto e poi si convinse ad alzarsi. Una volta appoggiati i piedi sul parquet qualcosa la scosse, quel qualcosa che tutte le volte che si risvegliava le ricordava chi era e cosa doveva al mondo: il suo sorriso. Una emozione per nascondere tutte le altre.

Controllò il telefono -Tesoro, mi manchi, domani torno e ci vediamo per un bicchiere di vino.-, -Stasera ci vediamo tutti da Alberto come al solito, ci raggiungi?-, -Scusami ancora, sono stato contento che abbiamo chiarito tutto l’altro giorno. Ti voglio bene-. Un po’ di confusione, dunque: domani era oggi, stasera era ieri, l’altro giorno era il lunedì passato. Nulla che richiedesse una risposta. Passò al caffè e cominciò a rollarsi una sigaretta.

Nero, il caffè. Non le serviva nulla che edulcorasse quel momento; ogni momento.  Lo versò nella tazzina e terminato il tremolio del liquido rimase ad osservarlo con la sigaretta tra le dita e la mano all’altezza del viso, appesa verso l’esterno, in un gesto colmo di fascino . Contemplò quello specchio, scuro, senza forse rendersi conto di quanto fosse reale, lei, in quell’immagine.

Era ora di incontrare il giorno.

Si preparò. Una doccia, un po’ di trucco, il sorriso, la borsa, le sigarette, il cellulare, le ballerine.

Fu la mattina.

Amore ho bisogno di te, ho appena terminato le lezioni. Ho portato il vino. Posso salire?“.

Amoooore, vieni, vieni in camera” cinguettò appena entrò. Era felice. Dell’incontro.

Afferrò due bicchieri e fece strada per la camera con il suo sorriso. Bianco, il sorriso.

In realtà ho pensato che fossi tu ad avere bisogno di me. Ti verso un po’ di nettare. È nero d’avola.“.

Marta cominciava a volersi bene. Ma non ne era sicura, iniziava ora a capire come ci si sentisse ad essere amati. Era confusa, Marta, aveva bisogno di se, si era abbandonata da troppo tempo e soffriva quell’abbandono. O forse non si era mai incontrata. Ma si stava ritrovando, stava (ri)costruendo un rapporto, doveva pur cominciare da qualche parte.

Rimani a dormire qui, ti prego, dormi con me. Mi farebbe davvero piacere.“.

Marta aveva paura del buio. Ma non lo sapeva. O forse sì.

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Autunno

Era ora di preparare la tavola e di cominciare a cucinare. Iniziò occupandosi del cibo.

Prese dal frigo i bocconcini d’uva e formaggio, piccole delizie per stuzzicare l’appetito, acini d’uva bianca croccante avvolti da gorgonzola passati poi in un trito di pistacchi.

Fu la volta dei lumaconi alla parmigiana. Cosse la pasta, aggiunse alla teglia il sugo con le olive, vi adagiò sopra le melanzane soffritte e concluse con uno strato di mozzarella a cubetti ed una spolverata di parmigiano grattugiato.

La cena era pronta.

Spostò il vaso con l’orchidea bianca dal centro della tavola e lo mise sul davanzale, prese il centrino arancione fatto all’uncinetto, sul quale era appoggiato il vaso e lo ripiegò sapientemente mettendolo da parte. Trovò la sua tovaglia preferita e la stese sul tavolo, quindi fu la volta dei piatti, ne prese due e gli si illuminò il viso. Li sistemò uno di fronte all’altro, pensando al calore che avrebbe provato fissando quegli occhi mentre si sarebbero raccontati la giornata appena trascorsa. I bicchieri, due normali e due più grandi con il gambo e la pancia larga, per brindare alla loro quotidianità  con il Brunello di Montalcino, preso in uno di quei discount a basso costo ma pur sempre scelto con il cuore. E poi le posate ed i tovaglioli, quest’ultimi, nonostante fosse un giorno qualunque, piegati a ventaglio e sistemati al centro dei piatti, per dare un tocco di stile alla loro solita ma amata tavola. Scostò in ultimo le sedie dal tavolo, per sedersi più agevolmente.

Spense la luce ed accese una sola lampada, di quelle appoggiate a terra, spense anche la tv e accese lo stereo, mise su un vecchio disco dei Counting Crows, August And Everything After, e Round Here cominciò a suonare.

Si sedette a tavola, si guardò attorno e quella luce che gli aveva illuminato il volto cominciò ad affievolirsi. Era circondato dalle pietanze che aveva preparato, stappò la bottiglia di vino e se ne versò appena per provarlo e gustarlo. Si alzò per prendere il piatto con i bocconcini d’uva e fissò la sedia di fronte a lui per un paio di secondi, con il piatto nelle mani. Si rimise a sedere e prese due di quelle buffe polpette, le assaggiò e ne apprezzò l’accostamento di dolce e salato. Finì di mangiarle, si alzò raccogliendo entrambi i piatti,  il suo e l’altro, ancora intonso. Ne prese altri due, puliti, e li sistemò al posto dei precedenti.

Fu la volta della pasta, ripeté la scena di qualche minuto prima, si alzò e con il piatto tra le mani, rivolto al posto di fronte a lui fissò la sedia. Si risedette e si servì una porzione di lumaconi. La luce del suo volto si ridusse ad un lumino.

Terminò di mangiare.

Rimboccò il suo bicchiere con dell’altro vino, con movimenti lenti e pesanti, lo prese tra le dita lo sollevò davanti a se, con lo sguardo perso nel vuoto e il volto si contorse in una smorfia che somigliava ad un sorriso. Fece un cenno d’assenso con la testa e portò il bicchiere alle labbra. Finì il suo vino e si alzò nuovamente, con un sospiro cominciò a sparecchiare, prese tutte le vettovaglie e le sistemò nel lavandino, ripose il vino nella credenza e avvolse nel nylon le due pietanze. Riaccostò entrambe le sedie al tavolo e si avviò verso un’altra stanza, spegnendo la lampada e ammutolendo lo stereo ma un attimo prima di entrarvi si fermò e si girò verso il tavolo e con un filo di voce disse – Non preoccuparti, ai piatti penso io domani, tu riposa. -

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Nel nome del padre

Ora vai a dormire? - chiese lei, -  No, non sono stanco, torno direttamente a casa - risposi.

Così partii, dopo averla salutata alla stazione con l’ultimo bacio, piuttosto freddo, alle sei di mattina, dopo una notte completamente insonne passata a rotolarci tra le coperte nella casa sfitta di un mio amico.

Dovevo percorrere circa cinquanta chilometri di autostrada e mi misi al volante senza batter ciglio.

Piazza Cavour, ripensai a quell’ultimo bacio, sapevo che era la conferma che quella storia non poteva durare, mi preparavo ad accantonare l’ennesima avventura senza senso.

Galleria del Risorgimento, perché poi dovevo trovare un senso a tutto non me lo sapevo spiegare, solo anni dopo realizzai che era nella mia natura razionalizzare.

Asse Nord-Sud, il mio essere passionale mi aveva sempre portato a scelte impulsive con la naturale convinzione che fosse quella giusta per poi però scontrarsi con la ben più forte parte logica del mio essere.

A14 direzione Pescara, dovevo aver preso da mia mamma, anche lei prese la decisione più irrazionale della sua vita, cambiandogliela radicalmente, e che avrebbe poi segnato per sempre la mia.

A14 di fronte al duomo di Loreto, ricordai un momento ben preciso di quando ero piccolo piccolo e mangiavo i biscotti nel letto, e mia mamma che mi diceva che non dovevo farlo perché sporcavo, ed io poi sentivo le bricioline punzecchiarmi i piedi, perché con il mio continuo muovermi le avevo spinte fino in fondo al letto.

A14 uscita Loreto P.to Recanati, sentii un frastuono ed un improvviso dolore alla testa, aprii gli occhi. Mi ero addormentato.

Con le ruote di sinistra toccai i divisori di cemento delle due carreggiate dell’autostrada, sbattei violentemente la testa contro il finestrino e la macchina rimbalzò dalla corsia di sorpasso intraversandosi.

Mamma, quando torna papà? - il ricordo di me, di nuovo piccolo, nella camera di mia mamma alla quale rivolgevo quella domanda, mi attraversò la mente come un lampo, e lei con gli occhi rossi che non sapeva cosa rispondere.

Fu in quell’istante, in quel preciso istante che volli sentire mio padre, lo sentii al mio fianco come non mai, percepii la sua mano che mi afferrava per un braccio e quella che immaginavo fosse la sua voce che non avevo mai sentito e che mi diceva - Ehi svegliati, non puoi credere di potermi imitare, non è il tuo momento -.

Agguantai il volante che nel trambusto mi era sfuggito, diedi un colpo di controsterzo e la macchina, con il rumore stridulo delle gomme sull’asfalto, riprese la direzione di marcia, evitai per qualche centimetro il fosso alla destra della carreggiata: ero vivo.

Perché credette di essere un supereroe, invincibile? Forse perché in realtà lo era, aspettava solo il momento giusto per dimostrarmelo, per chiedere perdono della sua scelta sconsiderata.

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Pomodori verdi fritti

- Che odori ti piacciono? -

Dissi di non sapere la risposta, che non ci avevo mai pensato ma non finii nemmeno di parlare che ad un tratto rivissi una scena piuttosto recente nella mia mente. Interruppi il mio discorso bruscamente e dissi – Il forno di Sandro -, cambiando improvvisamente idea.

A casa sua, accese il forno per cuocere dei pomodori arrosto e di tanto in tanto controllava che tutto procedesse come doveva, apriva lo sportello, dava un’occhiata, una punzonata con un forchettone e poi chiudeva.

Per tutta la casa si diffuse quell’odore dolce e appetitoso che non poteva non stuzzicare l’appetito. E i ricordi.

Ricordai quando ero piccolo e con la mamma andavamo a mangiare al suo ristorante, –  Andiamo a pranzo da Sandro? - ed io tutto contento annuivo. Entravamo, salutavamo Maria Teresa che si affacciava dal suo negozietto di mercerie, la cui entrata era una porta che dava nell’atrio del ristorante, attraversavamo il piccolo corridoio dove si trovava la cassa ed entravamo nel salone principale. Arrivava Sandro e – Pallììì, come stai? Sei venuto a magnà eh? Daje, vatte a ‘pparecchià che la robba lo sai ‘ndo sta! - ed io scattavo subito nella cucina, dove c’erano le vettovaglie appena lavate, lasciando che Sandro facesse accomodare la mamma.

Sapevo che c’erano i piatti e le posate pronte sul bancone in fondo alla sala, ma io volevo salutare Rosa e Sandra e Giovanni e Francesco.

E sentivo quel buonissimo odore di arrosto dello stesso forno che Sandro poi portò a casa sua, quando chiuse il ristorante.

- Oh, esselo và! Come va teppista? -

Ed io dall’alto della mia timidezza, con un sorrisone probabilmente sdentato rispondevo velocemente – Bene! - per poi prendere il necessario e scappare a tavola.

Passavamo metà pomeriggio lì, aspettando che la mamma mi riportasse a casa e tornasse al lavoro, e intanto che Sandro e Rosa e Sandra e Giovanni e Francesco sistemavano tutto per chiudere, parlavano. Ed io vivevo le loro storie.

Sandra che si era innamorata di un siciliano, Rosa che gli faceva male l’anca, Giovanni che era incazzato con questo o con quello, Sandro che raccontava del carabiniere che faceva l’amico ma in realtà non lo era e Francesco, che si doveva sposare e parlava di musica, parlava di Prince.

Francesco mi prendeva in giro – Teppista! Pure oggi co so ciuffo alla Elvis Presley! - ma io timido mi nascondevo dietro il gruviera dentale.

Un giorno entrai e armato di coraggio – Francesco! Guarda, ho il ciuffo come Elvis Prishli! -. Inutile dirlo, mi prese in giro tutto il pomeriggio.

La volta successiva, dopo i consueti saluti Francesco venne da me – Ti piace Prince? – ed io – -, non sapevo manco chi fosse. Mi porse un oggetto, vidi che era una cassetta, mi disse – Ho un regalo per te. -. Voltai la cassetta e lessi il primo titolo, Kiss, gli altri non riuscivo quasi a leggerli, in quella lingua strana, e non sapevo nemmeno cosa volessero dire.

La ascoltai quella cassetta, mi sentii grande.

Ora, quando mangio i pomodori arrosto, in testa sento sempre suonare Purple rain.

[ Pomodori verdi fritti ( alla fermata del treno ) - Scheda del film ]

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Lamerica

- Com’è che si chiama quella cosa che abbiamo appena bevuto? Scriù…? -

- Screwdriver. - risposi.

- Screwdriver! - ripetè per essere sicuro di aver capito – Ne prendo altri due! Aspetta, torno subito. -

La band cominciò a suonare “Pay me my money down“, in perfetto stile country, il tema della serata. Cominciavo ad essere brillo ma mi stavo divertendo da morire, non avevo alcuna intenzione di smettere, la musica, la compagnia, tutto era perfetto. Avevo con me la mia macchinetta, sicuro di fare cosa gradita al gruppo se avessi scattato qualche foto.

F. tornò con in mano i due bicchieroni che appoggiò sul tavolo, mischiandoli agli altri ormai vuoti. Mi guardai intorno, la gente cominciava ad affluire e tutto sommato sembrava una serata tra amici stretti. L’incedere della musica era sempre più coinvolgente, la mia macchinetta ormai sapeva cosa fare, come inquadrare, scattare, aspettare.

Tornai a sedere, F. si rivolse a me – L’hai vista quella bambina? Cavolo avrà sette anni di vita, ma settanta d’esperienza! -, mi voltai e la vidi. Era la figlia di quelli che avevano portato il toro meccanico, la usavano come specchietto per le allodole molto probabilmente, lei era talmente avvezza alla situazione che apriva la cassetta raccogli-soldi per far partire il toro, raccoglieva due euro e cinquanta per reinserirli ed azionare la giostra, dopodiché scattava e saliva sulla groppa dell’animale il quale prendeva ad agitarsi lentamente poi sempre più convulsamente, senza però mai disarcionare la piccola. Si muoveva come la più scafata delle cowgirls, braccio alzato, cappello alla texana e vestitino a scacchi bianchi e rossi e, attorno al collo, a chiudere una cornice di capelli d’oro attorno ad un visino perfetto, incastonato di due smeraldi, una bandana fatta con la bandiera degli Stati Uniti. Terminata l’evoluzione scendeva e afferrava la sua macchinetta cominciando a fotografare, alternando i suoi scatti a momenti di danza, passi di quadriglia  e tutto quanto ricordasse l’America, masticando con sfacciataggine una gomma fin troppo grande per la sua minuscola bocca. Si divertiva da sola, i suoi movimenti e i suoi gesti, erano pieni dell’indipendenza a cui la vita nomade l’aveva abituata.

La fotografai, rubandole tutto il suo fascino. Durante gli scatti lei si accorse di cosa stavo facendo e diventammo complici. Sorrideva e si prestava all’obiettivo come se fosse la cosa più naturale al mondo, le facevo il segno di vittoria e lei con fare furbo e con una luce negli occhi di chi la sapeva lunga mi imitava, sorrideva e giocava, tornava a cavalcare il toro ed accentuava sempre di più i movimenti del braccio sopra la testa e quando era di spalle si voltava all’indietro e ammiccava.

Era impossibile non venire rapiti da quella creatura.

Tornerò da lei quando avrà vent’anni, le dirò chi sono e lei si ricorderà di quella sera. S’innamorerà di me e io di lei ma dopo qualche tempo mi spezzerà il cuore perché lei è nata per essere libera, felice senza alcun legame, è nata per conquistare il mondo con il suo sorriso e il suo fascino.

E per cavalcare il toro meccanico.

[ Lamerica - Scheda del film ]

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The descendants

- Cazzo no! Un nuovo errore da parte sua non lo posso sopportare, si rende conto che sta giocando con i miei soldi? - fu la mia reazione alla notizia che l’architetto aveva sbagliato un disegno.

- Va bene che era amico di papà, va bene che si è offerto di farci il lavoro gratuitamente in sua memoria ma cavolo, ci mettesse più attenzione! -.

Decisi di dover andare a parlargli, così la sera, appena uscito dall’ufficio, salii in macchina e mi diressi al suo studio; ero sul piede di guerra ma dovevo mantenere la calma per evitare disastri.

Bussai e come al solito mi aprì il suo assistente – Prego, si accomodi, ora le chiamo l’architetto. - disse con il suo solito tono cortese e sottomesso. Entrai e mi sedetti sulla poltroncina di fronte alla scrivania sgombra di qualsiasi foglio. Vuota, stranamente vuota per essere un tecnico, ma decisamente in linea con l’arredamento scarno e asettico della stanza. Attesi un minuto ed arrivò.

- Leandro - salutò. Non riuscivo ad abituarmi al suono del mio nome pronunciato dalla sua bocca, il pensiero che quelle stesse sette lettere le avesse  pronunciate per rivolgersi anche a mio padre mi creava disagio, sentivo come una specie di legame con il passato, e questa insolita vicinanza mi scuoteva l’anima.

- Ciao G., tutto bene? - risposi cortesemente, tenendo a freno la mia impulsività.

- Al solito… spiegami, quali sono i problemi a cui mi accennavi prima al telefono? -. Presi un respiro profondo e cominciai a riferirgli tutto quello che i tecnici mi avevano detto che non andava, un fiume di inesattezze, problemi ed errori.

G. mi guardava pensieroso ed in silenzio, quando smisi di parlare si prese alcuni secondi e cominciò con le spiegazioni. Non smentì la sua famosa flemma e punto per punto sciolse tutti i nodi mentre io, mano a mano che procedeva con la sua disamina, mi sentivo sempre più in colpa per aver dubitato tanto della sua professionalità. Quando terminò cercai le parole per potermi scusare della mia irruenza ma non sapevo come cominciare e presi a mettere l’una dietro l’altra delle parole a casaccio.

Non riuscivo a smettere di blaterare e lui, per tutta risposta, si estraniò dal discorso spostandosi con la sedia verso il mobiletto del telefono dove erano appoggiati alcuni documenti. Mi zittii osservandolo, prese una foto e me la porse.

Notai subito che si trattava di una cartolina e non di una foto, ritraeva Buckingham Palace, la presi tra le mani, osservai il palazzo per un secondo e la girai.

“Tanti saluti da Londra” lessi, ed in fondo c’era la mia firma.

- L’ho trovata sistemando dei documenti l’altro giorno, vorrei la tenessi tu. -

Non capivo, non ero mai stato a Londra né tanto meno ricordavo di avergli mandato quella cartolina, eppure sembrava l’avessi scritta proprio io.

Riflettei per un secondo e capii, era la prima volta che vedevo la calligrafia di mio padre.

[ The Descendants - Scheda del film ]

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Dolls

Io ed F. eravamo amici, lavoravamo insieme da un po’ quando volle invitarmi a casa sua per farmi conoscere il suo ragazzo e la sua famiglia, dato che abitava ancora con i genitori all’epoca.

Ci organizzammo per andare a prendere una birra e accordammo che sarei passato da loro un po’ prima per poter fare le presentazioni, così alle ventuno e trenta di quella sera mi presentai alla loro porta.

Suonai il campanello e mi fecero entrare, mi misero subito a mio agio, i suoi genitori erano anziani ma molto gentili, il ragazzo simpatico e socievole e lei la solita F. esuberante e zelante.  Mi offrirono un caffè, parlammo dei nostri lavori ed avanti così con una piacevole conversazione per un’oretta circa.

- Hai qualche passione o hobbies? - chiese ad un certo punto il ragazzo di F., lei non mi diede il tempo di rispondere – Cavolo dimenticavo, aspetta che ti faccio fare un giro di casa, sei qui da oltre un’ora e nemmeno c’avevo pensato, così ne approfitto per farti vedere una cosa. -. Accettai, così cominciammo.

- La sala l’hai già vista, veni di qua, ti mostro le camere. - mi indicò una porta a metà corridoio, il ragazzo e i genitori rimasero nel salotto.

- Questa è la camera dei miei, è un po’ all’antica ma hai notato anche tu che non sono giovanissimi. - scuotei la testa in segno di assenso mentre ripetevo fra me e me che faceva tutto parte dei convenevoli e che potevo tranquillamente far finta che mi interessasse.

Fu la volta del bagno che doveva essere ristrutturato e la sua camera che era la giusta via di mezzo tra uno studio, un magazzino e un rifugio, con la particolarità di essere pulitissima.

- Ora tocca al pezzo forte, sei pronto? Appena avete nominato le passioni ho pensato che non potevo non mostrarti questa stanza! -.

- Ok vediamo, mi hai incuriosito. -.

Aprì la porta e mi fece cenno di entrare mentre lei si fece da parte cercando qualcosa sul muro – Entra che ti accendo la luce. -, le diedi retta e feci due passi brancolando nel buio più assoluto.

- Ed eccola la mia passione, sono anni che va avanti come puoi notare, ne sono orgogliosissima. – accese la luce.

Ero in una stanza con scaffali che arrivavano fin sul soffitto colmi di bambole di porcellana. Ce n’erano di ogni tipo, con vestiti in stile barocco e moderno, gonne lunghe, pizzi e merletti. Un trionfo di scarpette e manine, visini perfetti, bocche delicate, occhi enormi e sguardi penetranti ma persi nel vuoto.

Dopo qualche secondo cominciai ad avvertire una sensazione strana, di disagio; mi accorsi che le bambole cominciarono a rivolgere lo sguardo verso di me. Sbarrai gli occhi, non poteva essere vero, spostai l’attenzione verso una bambola con la testa appoggiata sulla spalla e, orrore, lei iniziò a sollevarla mentre anche il suo sguardo da vuoto diventava sempre più intenso e preciso, inizio a fissarmi dritto negli occhi.

Cominciai a sudare freddo, mi voltai verso F. che però sembrava sparita, ero pietrificato, avevo centinaia di occhi puntati addosso che mi scrutavano e studiavano, guardai un altro di quegli esseri e notai che la bocca stava prendendo una forma strana, stava ghignando a labbra serrate.

Era troppo, cercavo di convincermi che era tutto un incubo e che mi sarei svegliato presto ma ci misi un secondo a capire che era quella l’illusione vera e che ero davvero in quella casa, in quella stanza, in mezzo a quei mostri.

- Benvenuto. - quel sussurro diabolico mi terrorizzò ma stavolta trovai la forza di reagire e scappai. Incrociai F. e senza fermarmi le dissi che dovevo andare via di corsa  buttando lì una scusa a caso, mi congedai allo stesso modo con un “ciao-è-stato-un-piacere” da tutti gli altri  e mi lanciai giù per le scale fino alla porta notando le facce sbalordite di tutti quanti mi ero lasciato alle spalle.

Nessuno poteva sapere, tanto meno F., che sono pediofobo.

[ Dolls - Scheda del film ]

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L’uomo della pioggia

Sentivo l’umidità, densa, penetrare nelle mie ossa, battevo i denti dal freddo. Erano le nove di sera ed io vagavo per i vicoli bui della città senza una meta precisa, assorto nei miei pensieri.

- Mi hanno operata ieri, ma non preoccuparti domani torno a casa, una cosa semplice ma credo di dover fare un’isterectomia in futuro. -

- Cristo, ma perché non me l’hai detto? E lui? -

- Abbiamo litigato di nuovo, se n’è andato, sono quasi due settimane che non lo sento!  Ma  non preoccuparti, ce la faccio benissimo, tu hai gli esami, concentrati sullo studio. -

Già, concentrarmi sullo studio, il primo esame della mia vita, dal confronto con gli altri scoprii di essere mostruosamente indietro, l’adattarmi alla nuova vita, lavorare per pagarmi l’affitto, frequentare una persona con fin troppi problemi e vedere la vita di chi mi voleva bene andare a rotoli senza poter far nulla non mi aiutava di certo a fare del mio meglio.

Mi sentivo solo e perso, nel vero senso della parola: non sapevo dove mi trovavo né come ci ero arrivato.

Nel mio vagabondare a testa bassa, di notte, in una città ancora sconosciuta mi ero ritrovato in un vicolo strettissimo e completamente buio. Il pavé era scivoloso e umido,  le crepe nei muri e le finestre con i vetri rotti rendevano la scena spettrale, nessuna luce se non quella riflessa delle vie al di là dei palazzi.

Sì, la vita era dura, ed anche la consapevolezza che tutti dovevano affrontarla prima o poi non mi consolava,  l’unica sensazione che provavo era angoscia, era qualcosa che al pari dell’oscurità esterna mi prendeva dentro, qualcosa di cupo, qualcosa che non mi permetteva di reagire e mi stringeva sempre di più portandomi in fondo (ma a cosa?), era il nero.

Iniziò a piovere, decisi che era il caso di cercare la via del ritorno e così presi a correre. Mi ripetevo che ce l’avrei fatta, che sarei riuscito a liberarmi da quell’abbraccio, dovevo (ma volevo?).

Voltai a destra e imboccai un’altra via dove riconobbi una porticina di legno, piuttosto malandata e leggermente incassata nel muro, decisi di ripararmi sotto la sua trave. Mi appoggiai, tutto sommato ero ancora asciutto, ma la pioggia andava aumentando – Piove sul bagnato eh Lè?! - mi dissi sorridendo amaramente. D’un tratto sentii un brusio alle mie spalle.

Spinsi la porticina che si aprì senza sforzo, mi trovai di fronte ad un portone alto circa tre metri con altre due porte laterali più piccole. Ero in una chiesa perfettamente mimetizzata con il resto dei palazzi antichi.

Entrai, forse spinto dalla curiosità, come se volessi assistere ad una messa per rinfrescare la memoria dell’ultima a cui ero stato secoli prima.

C’era una funzione in corso, il locale era piccolo e gremito, luci tipicamente soffuse e un caratteristico leggero odore di incenso,  nonostante fossi stato silenziosissimo nel mio ingresso le ultime tre file si voltarono. Tenevo lo sguardo basso, quasi mi vergognassi ma di sfuggita vidi alcuni volti sorridenti.

Dio è solo una favola.

Stavano per cominciare uno di quei canti lamentosi che sentivo da piccolo quando dovevo andare a messa ché se no non potevo fare la comunione. Partì l’organo e la gente cominciò a cantare. Volevo andarmene, volevo tornare a casa, una qualunque, ma a casa. Alzai lo sguardo e rimasi bloccato.

Le persone delle ultime file, circa una ventina, avevano lasciato i loro posti e si dirigevano verso di me continuando a sorridere, due di loro si avvicinarono, un uomo e una donna sulla cinquantina,  lei mi prese per mano, lui mi mise un braccio attorno alle spalle scuotendomi leggermente come un padre fa per consolare suo figlio, tutti gli altri, cantando, si strinsero attorno a noi a semicerchio rivolti verso l’altare.

Ero immobile, inerme e disorientato, ma tranquillo.

-Ite missa est, amen. -

Le persone intorno a me si divisero e iniziarono ad uscire, la signora che mi teneva la mano me la strinse anche con l’altra guardandomi – Ciao. -, non risposi. Il signore che mi aveva appoggiato il braccio sulle spalle tornò al suo posto, prese un ombrello e recandosi verso l’uscita si avvicinò di nuovo e porgendomi l’ombrello disse – Tieni. -, – Io…- ma mi interruppe – Non ti preoccupare, ne ho altre a casa. - sorrise e si avviò per fermarsi due passi più avanti, io ero ancora immobile, sopraffatto dalla situazione.

- In bocca al lupo. -  aggiunse.

L'uomo della pioggia - Scheda del film ]

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Point Break

- Dai insegnami il windsurf! -, accettò.

Fu così che un giorno caldissimo di un agosto di tanti anni fa andammo a provare il windsurf, ci recammo alla spiaggia dove Franco, il compagno di mia madre, teneva il catamarano di quattro metri. Partimmo alle due di pomeriggio ed appena arrivati scaricammo l’attrezzatura dal portapacchi della Fiat Regata color argento, raggiungemmo la spiaggia ed iniziammo a prepararci.

Tirate a secco c’erano circa cinquanta barchette e di tanto in tanto il custode ne trainava una in acqua con il trattore cingolato, movimentando l’assoluta quiete del posto.

Appena terminammo di prepararci mi voltai verso il mare, un deserto d’acqua, non v’era nulla all’orizzonte che disturbasse la vista, né uno scoglio né una barca né un gabbiano, tutto era immoto avvolto dalla temperatura proibitiva e sotto al sole cocente.

Mi incamminai – Frà ma le scarpette di gomma? -, – Cazzo mi sono dimenticato! -, decidemmo che non erano poi così importanti.

Entrammo in acqua restando a un paio di metri dalla riva, dato che si trattava di un piccolo porticciolo, l’acqua, a quella distanza, ci arrivava al collo, profondità giustificata dalla necessità di far partire le piccole imbarcazioni.

- Sali sul surf. - intimò Franco ed io eseguii. – La prima cosa che devi imparare è stare in equilibrio in piedi e cercare di sollevare la vela tirandola con questa cima. Prova, io ti tengo ferma la tavola. . -Mi alzai e in meno di un secondo ero di nuovo in acqua. Riprovai un paio di volte con lo stesso risultato. La terza volta fu quella buona, ero in piedi. – Bene, ora prendi la cima e tira la vela a te, devi riuscire ad afferrarla per il boma e fai attenzione a tenerla perpendicolare alla tavola. -. Iniziai a tirare, barcollando ad ogni minima increspatura dell’acqua nonostante Franco tenesse fermo il surf, presi a fare forza e la vela cominciò a scaricare l’acqua accumulata come un enorme sacco. Feci ancora più forza in maniera costante, finché con un ultimo sforzo diedi uno strattone piuttosto delicato che però servì a scaricare del tutto l’acqua dalla vela. Non calcolai l’effetto di ritorno dell’improvviso calo di peso, mi sbilanciai, scivolai e caddi, durante la caduta la vela tornò al punto di partenza, piegandosi alla base, ed io atterrai con il coccige sulla piegatura.

Mi si spezzò il fiato, provai un dolore indicibile, e Franco, con tono preoccupato, esclamò – Dimmi che respiri! -, ero davvero in apnea ma dopo qualche secondo mi sbloccai riprendendo fiato come se fossi appena riemerso dal mare. Mi ripresi pressoché subito e imperterrito ricominciai a provare.

Arrivò la sera e con lei un po’ di sollievo dalla canicola, decidemmo che fosse ora di smettere, erano circa le sei. Portai in spiaggia la vela e l’arrotolai per poi metterla nel suo sacco. Franco rimase in acqua, mi avvicinai alla riva per chiedergli se gli occorresse una mano. Si voltò verso di me, abbracciando la tavola che teneva per traverso, usandola come appoggio dato che si era spostato di un metro verso il largo e probabilmente non toccava il fondo. – No no, tranquillo, adesso esco. -. Non terminò la frase che iniziò a dondolare in balia delle onde, il mare si stava ingrossando nonostante il tempo fosse splendido. In un attimo Franco fu travolto da un’onda di circa due metri, venne sbattuto sott’acqua e la tavola gli sfuggì di mano. Realizzai che doveva essere passato un traghetto a largo ed essendo la spiaggia priva di scogli, non c’era nulla che fermasse lo spostamento d’acqua che causava. Non valutai però di trovarmi proprio di fronte a Franco a soli a tre metri da lui, con i piedi ammollo.

Il muro d’acqua mi piombò addosso insieme al surf, ebbi solo il tempo di girarmi leggermente e la tavola, di taglio, mi colpì prima sulla spalla con tutto il suo peso, per poi prendermi sul collo. L’onda travolse le persone sulla spiaggia e trascinò me e la tavola per circa cinque metri, sentii una signora urlare – Oddio l’ha uccisooo!!! -.

L’acqua arretrò dopo aver percorso circa sette metri di spiaggia  portando con sé qualche ombrellone, sdraio e telo, lasciandomi piuttosto malconcio con la tavola ancora sopra di me.

Percepii la concitazione della gente, alcuni accorsero ad aiutarmi e mi liberarono. – Come stai, come ti senti? Ehi, rispondi - e – Oddio speriamo non si sia rotto la schiena se no rimane paralizzato. - riconobbi la voce della signora di prima. Riuscii ad alzarmi rassicurando tutti ma mi accorsi subito di non riuscire a muovere il braccio sinistro fin dalla spalla, proprio dove avevo preso il primo colpo. Mi spaventai ma Franco cercò di tranquillizzarmi – Probabilmente è intorpidito, avrai preso un colpo su un nervo e t’ha fatto l’effetto del braccio addormentato come quando dormi. -Volli credergli e mi calmai, mi guardai attorno e vidi la signora che urlò, iniziai a maturare un pensiero.

Passò circa mezzora e finalmente, sull’orlo di una crisi di nervi, riuscii a fare un piccolo movimento. Ero seduto sul bordo di una barca in spiaggia, di fronte alla tipa allarmista, fissandola di tanto in tanto.

A tre quarti d’ora dall’incidente cominciai a sollevare un po’ il braccio, dopo un’ora, con una fitta tremenda riuscii ad alzarlo all’altezza della spalla, incrociai lo sguardo della donna, piegai il braccio e con il destro riuscii finalmente a completare il tanto agognato gesto dell’ombrello con un liberatorio – Tooooooooh!!! -.

[ Point Break - Scheda del film ]

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